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Chianciano - Relazione d'apertura
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Messaggio Chianciano - Relazione d'apertura 
 
Di seguito e in allegato, la mia relazione d'apertura:

PREMESSA
Aprire un dibattito come quello di questi due giorni non è facile. Non lo è affatto.
Quando Lanfranco Turci aprì il convegno di Bertinoro ad inizio dello scorso marzo usò queste parole: “QUESTO E’ UN INCONTRO SENZA RETE”.

Ebbene, a distanza di 4 mesi, quelle stesse parole possono essere utilizzate ancora oggi. Guardate non è un paradosso. Il quadro politico italiano in questi 4 mesi ha vissuto – e sta tuttora vivendo – una fase di forti cambiamenti, dagli esiti ancora poco chiari, ma che ci costringono a giocare la nostra sfida per una COSTITUENTE LAICA LIBERALSOCIALISTA con l’unica certezza che di certezze non ve ne sono, per nessuno. Questo è un dato di fatto che è bene tener presente. Ma non per crearci alibi o per permetterci di lasciarci andare alla sfiducia - AL CONTRARIO! Serve per convincerci che questa partita dev’essere giocata con coraggio, determinazione, volontà e capacità di assumersi rischi e responsabilità.

Queste sono condizioni necessarie per poter partire con la ragionevole certezza di un successo. Forse non saranno sufficienti, da sole - ma certo sono necessarie.
Necessarie anche per caratterizzare un futuro soggetto che possa autenticamente dirsi SOCIALISTA E LIBERALE. Ripeto: coraggio, determinazione, volontà e capacità di assumersi rischi e responsabilità.

Se non si è pronti a questo; se non siamo noi i primi dare prova di queste qualità, come potremo poi pretendere di chiedere altrettanto a quel paese a cui intendiamo rivolgerci?
Come possiamo seriamente pensare di parlare a quella che Luca Ricolfi ha chiamato “società del rischio”, se siamo noi i primi a rifuggire dai rischi e dalle responsabilità politiche che ci si parano davanti?
Con una battuta: NON POSSIAMO PRATICARE LA POLITICA DEL TENGO FAMIGLIA, almeno non lo possiamo fare se vogliamo parlare a tanti, specie quelli della mia generazione, che non sanno nemmeno se una famiglia riusciranno mai a costruirsela.

E badate, quando parlo di assunzione di responsabilità non intendo solamente la capacità di operare delle scelte politiche, ma lavorare perché queste si realizzino compiutamente, che è cosa spesso assai più difficile.

DOVE ERAVAMO RIMASTI
Il nostro primo appuntamento di Bertinoro è stato un piccolo sasso, forse, ma è stato importantissimo perché lanciato con grande tempismo; in una fase che precedeva lo scatenarsi di quello che proprio Peppino Caldarola ha chiamato “un terremoto per la Sinistra italiana”.

Ora; un terremoto è fatto di tante scosse, che si susseguono a più riprese. E capisco che non sia facile mettersi a costruire una casa quando si è nel bel mezzo di un terremoto, ma questa è la situazione in cui ci troviamo. E delle tante cose che possiamo scegliere, questa ahimè non dipende dalla nostra volontà! E tuttavia, proprio per questo, dovremo essere in grado di tenere salde le nostre ragioni nel leggere il quadro politico attuale e come esso si andrà definendo.

Tenere salde le nostre ragioni anche nel chiarire che questa NON E’ UN’OPERAZIONE DI RISULTA. Se la vivessimo come tale, allora ad ogni piccolo o grande sommovimento dovremmo metterci a ripensare continuamente il senso della nostra azione. Così facendo daremmo soltanto la netta impressione di voler costruire l’ennesimo partito burattino, l’ennesimo cespuglio d’opportunismo, privo di una sua reale anima politica. Sarebbe cosa ben triste, per la quale, oltretutto, esistono già tanti altri partitini o correntine specializzate.
 
Il progetto che abbiamo in mente è ben altro. Le parole usate da Enrico Boselli lo sintetizzano alla perfezione: UNIRE I SOCIALISTI e FEDERARE I RIFORMISTI.
In questa frase c’è il senso della volontà di recupero di un’identità autonoma, forte ed importante, ma anche l’intenzione di metterla al servizio di un progetto politico più ampio.

L’identità che si deve recuperare è quella del più autentico socialismo democratico, riformista, liberale. Una tradizione politica e culturale che ha rischiato di venire annientata, nella sua espressione di soggetto politico autonomo, a seguito della demolizione politico-giudiziaria operata negli anni di Tangentopoli. Non è superfluo quindi riconoscere il merito di coloro che hanno evitato che ciò accadesse, e di quegli stessi soggetti politici che non a caso, oggi si stanno impegnando per dar vita alla Costituente

Certo andrebbe riletto con maggiore attenzione quel periodo di passaggio dalla Prima alla cosiddetta Seconda Repubblica – che per alcuni è solo il secondo tempo della Prima.
Il segno di quella continuità è rappresentato proprio dalle contraddizioni del gruppo dirigente dell’allora Pci, lo stesso che oggi sta guidando il primo partito della sinistra italiana verso il Partito Democratico.
Quel gruppo dirigente, infatti, nei primi anni ‘90 avrebbe avuto solide ragioni per rivedere fino in fondo il senso della propria identità politica e culturale, ma preferì evitare tale sforzo. Ritenne più conveniente, e certo meno traumatico, non affrontare le questioni irrisolte del proprio retaggio.
Preferì godere della rendita di posizione offerta da quella fase di passaggio. Una rendita garantita anche dalla demolizione giudiziaria del Psi. Un partito che, pur con tutti i suoi limiti, aveva intrapreso un cammino politico e culturale finalmente nuovo e coraggioso per la sinistra italiana, (E quando sento dire da alcuni dirigenti Ds “non finiremo come Bettino” … beh … ci credo!). Ma allora si preferì lasciar seppellire quel tentativo di rinnovamento da un giustizialismo feroce che tutti temerono e che alcuni scelsero opportunisticamente di cavalcare.

Ma è stato proprio nell’accettazione passiva di quel passaggio, da parte di ciò che allora rimaneva della sinistra italiana, che ha potuto trovare un agile varco la discesa in campo di Berlusconi. Essa ha contribuito in maniera decisiva ad imporre un sistema forzatamente bipolare, immobile ed antiriformatore, che ha fatto crescere in maniera sorprendente lo spazio di una destra molto spesso populista e ben poco liberale. Un sistema bloccato ed un paese diviso: ecco una delle pesanti eredità di allora.

E’ curioso che oggi se ne lamentino proprio coloro che hanno contribuito a definirlo. Ovviamente senza che nessuno si assuma la responsabilità di ciò e senza realmente affrontare il nodo di una riforma di sistema, che non può essere solo elettorale. Anche per questo, ad esempio, non ci convince l’ipotesi referendaria.

Ebbene, in questo quadro il progetto della COSTITUENTE LAICA LIBERALSOCIALISTA, ed uso la formula che abbiamo lanciato a Bertinoro, se vuole poter attrarre antichi entusiasmi e nuove forze deve però, recuperare il senso di una ragione sociale forte e non semplicemente un feticcio, sia esso socialista italiano od europeo.
Il recuperò di un’identità può essere infatti un patrimonio da mettere al servizio di un obiettivo; non divenire esso stesso obiettivo. E l’obiettivo è quello di costituire una forza politica che, ispirandosi ai valori e alla tradizione del socialismo liberale, sia in grado di misurarsi con le sfide del presente.

ALCUNI CARATTERI DEL SOGGETTO POLITICO
Un presente che non è dei più rosei! Una lettura critica dell’attuale situazione economica e sociale del nostro paese la si trova riassunta splendidamente in non più di 4 pagine. 4 semplici pagine dell’ultimo libro di Anthony Giddens. Giddens, lo sapete, è stato consigliere ed ispiratore della politica di un certo Tony Blair.

L’immagine usata per descrivere la situazione italiana è quella di una rana messa in una pentola di acqua fredda. “Il fuoco è stato acceso e la rana finirà col morire dolcemente, senza rendersene conto”. Non è un’immagine allegra ed incoraggiante.

Ma è l’immagine di un paese col debito pubblico superiore al 100% del PIL e che ogni anno spende il 4,5% delle proprie entrate solo per rimborsare gli interessi. Un paese che ha un sistema di welfare inadeguato ed ingiusto. Non è per scherzo che oggi possiamo dire che il vero ammortizzatore sociale in Italia sono le famiglie. Ma mettetevi nei miei panni! Sono uno di quei famosi lavoratori atipici, uno di quelli che secondo la lettura dei sindacalisti più intransigenti, non dovrebbe nemmeno esistere. “Combattere la precarietà” si dice. Ma come! Già sono precario e mi vuoi pure combattere?! Ma pensa piuttosto a cercare di darmi più garanzie!
(Considerato che siamo in via Giuseppe Di Vittorio, credo che avrei più possibilità di ottenere risposte da lui, che non da Epifani.)

Anche se non mi lamento di quanto guadagno, ringrazio la sorte di avere una famiglia che può permettersi di aiutarmi se dovessi trovarmi in difficoltà. Perché in Italia non esiste un sistema organico di protezione per i disoccupati. I sostegni al reddito elargiti dal governo vengono decisi caso per caso, con la tendenza, di per sé giusta, a favorire coloro che col proprio reddito devono mantenere una famiglia. Ma quando un sistema è inefficiente, anche criteri di per sé giusti si rivelano iniqui. E’ giusto infatti avere attenzione a chi una famiglia già ce l’ha e la deve mantenere, ma è altrettanto giusto permettere ai giovani di farsela una famiglia! Per questo, ripeto, la politica del “tengo famiglia” non può funzionare.

Oggi in Italia solo il 18% di chi perde un lavoro può contare su delle forme di ammortizzatori sociali. In Inghilterra invece il 60% e la media europea è del 56%. In Italia la spesa per le politiche passive – come appunto il sostegno al reddito o le indennità di disoccupazione – è poco più dell’1% sul PIL, mentre la media comunitaria dell’Europa a 15 e superiore al 2%. Quasi il doppio!

Se davvero vogliamo dirci europei, sarebbe bene partire da qui. E chiedere con forza una revisione del sistema degli ammortizzatori sociali, che possa essere più equo e qualificante. Al riguardo mi fa piacere sottolineare l’impegno di un amico come Paolo Benesperi, che ha elaborato una proposta di legge per un “sistema di apprendimento lungo tutto il corso della vita”. Un progetto che guarda proprio a dare la possibilità anche ad un lavoratore disoccupato, di riqualificarsi professionalmente per poter rientrare nel mondo del lavoro.

Certo maggiori spese per il welfare chiedono dei tagli di spesa. Ebbene, anche senza tirare in ballo Caste o quant’altro, credo che in Italia ci siano realmente i margini per poter operare dei tagli virtuosi, ovvero mirati a favorire l’efficienza. Un esempio ne sia la proposta elaborata dai professori Pietro Ichino e Bernardo Mattarella e presentata proprio da Lanfranco Turci alla Camera, per l’istituzione di un Organismo Indipendente di Valutazione per l’Amministrazione Pubblica. Una proposta pensata con l’obiettivo di rompere il circolo vizioso di inefficienza e irresponsabilità nell’Amministrazione Pubblica.
Una proposta non punitiva, come hanno voluto descriverla, e nient’affatto ideologica. Rigorosa, quello sì. Rigorosa nel richiamare lo Stato ai suoi doveri nei confronti dei cittadini. Rigorosa perché lo Stato, nel contratto ideale che stipula con i cittadini che pagano le tasse, non è semplice contraente, ma anche controllore del rispetto di quel patto. E così come è giusto che esso persegua coloro che tradiscono quel patto non pagando le tasse, è altrettanto, e forse più, doveroso che lo Stato si assuma la responsabilità di rispettare quel patto esso stesso, in prima persona. Assumendosi anche l’onere di vigilare su come viene svolto il lavoro delle Pubbliche Amministrazioni.

Uno Stato che non è rigoroso verso se stesso, perde autorità e legittimità nel chiedere rigore ai propri cittadini. Ed uno Stato che non sa essere efficiente, rigoroso e perciò autorevole, non rimedia moltiplicando le proprie strutture, e così le proprie inefficienze, nello strenuo tentativo di gestire il consenso. Così facendo i cittadini continueranno ad avvertirlo come pervasivo e finanche vessatorio. Da socialisti e liberali crediamo che uno Stato forte ed autorevole sia rappresentato da istituzioni efficienti, rigorose e non invasive della sfera privata dei suoi cittadini.
E vi risparmio pertanto ulteriori commenti sul fatto che il governo in carica, cedendo alle pressioni congiunte di sindacati e di partiti irresponsabili – più che massimalisti – della maggioranza, abbia ben pensato di stralciare quel Disegno Di Legge.

Badate, un discorso non molto dissimile vale anche per la questione della laicità. Istituzioni deboli sono inevitabilmente soggette ad interferenze, ingerenze anche molto pesanti da parte di soggetti altri. Per questo dobbiamo porre la questione nei suoi termini più complessivi, sfuggendo dalle parodie giornalistiche che ci vogliono come una manica di fanatici mangiapreti. Ci dispiace, non è così!

Certo, se anche fosse, un paese che ancora mantiene in vigore meccanismi perversi di assegnazione di fondi pubblici come quello dell’8 X Mille, potrebbe pure permettersi il costo sociale della presenza di qualche affamato mangiapreti.

Ma, tranquilli, non è il nostro caso. Allo stesso modo, non cadremo neanche nel gioco, assai insidioso, della retorica dei “temi laici”. I temi laici non esistono! Esistono dei temi di grande rilievo sociale che chiamano direttamente in causa la laicità. Ma proprio per questo è necessario chiarire cosa s’intende con tale termine.
E dobbiamo essere noi i primi a sfuggire dal ghetto dei “temi laici” in cui tanti vorrebbero confinarci, per meglio confinare, così, anche le nostre ragioni.
Esiste UN grande tema della laicità, ed è quello del METODO LAICO.
La laicità dev’essere intesa, soprattutto da parte di chi laico si professa, come metodo di confronto. E’ il metodo di chi rifiuta il rifiuto delle altrui opinioni, di chi si sforza di riconoscerne innanzitutto le ragioni – e non lo sponsor – e che quelle ragioni analizza, valuta, critica ed eventualmente contrasta.

Non sinonimo di relativismo, quindi, ma presupposto essenziale affinché lo scontro non preceda ed eluda sistematicamente l’analisi. La laicità è infatti un metodo che richiede assoluto rigore morale ed intellettuale da parte chi intenda farsene alfiere.
Così caratterizzato, il rispetto del metodo laico da parte delle istituzioni dello Stato si presenta come indispensabile strumento di garanzia per ogni cittadino. Ma anche per ogni organizzazione confessionale! E’ la garanzia - che lo Stato offre agli altri e a sé stesso - di una gestione democratica, dialettica, pacifica e rispettosa delle diversità, nel governare i cambiamenti che la modernità opera nella società.

E considerato che tanto ormai li hanno affossati, permettetemi una battuta sui DiCo. Ha ragione Francesco Mosca, i DiCo erano un mostro giuridico, frutto di un metodo concertativo e concordatario che ben poco ha a che vedere con la laicità. Già il fatto di non voler riconoscere come tale una coppia di persone che convivono e che si amano – eliminando la necessità di una dichiarazione congiunta – è stato veramente deprimente. Inutile poi cercare di rimediare con una serie di previsioni e tutele di carattere economico, tra l’altro aggiustate in maniera poco coerente, il peccato originale era già stato commesso nelle prime righe di quel provvedimento.

Anche in questo misuriamo la nostra distanza dall’Europa.

Così come sulla giustizia, su cui sarò brevissimo, perché è questione che, direi quasi, è nel DNA di chi oggi si dice socialista, liberale, radicale. Quando sento Giuliano Vassalli, Marco Pannella, Mario Patrono che parlano di abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, penso che non si possa riconoscere che si tratta di una provocazione forte, vera, fondata. Oltretutto in considerazione che tale istituto, quello dell’obbligatorietà dell’azione penale, è andato in crisi da quando la codificazione del 1988 ha di fatto esteso la capacità del Pubblico Ministero di “agire di propria iniziativa”.
In Italia nel 2006 un processo penale è durato in media 240 giorni ed uno civile ben 902 (con un Ministero della Giustizia che ha speso nel 2005 10,7 milioni di euro per risarcire i cittadini danneggiati dall’eccessiva durata dei procedimenti, cosa per cui più volte l’Europa ci ha sanzionato). Come si fa a chiedere ai cittadini italiani di non perdere fiducia nella giustizia italiana? Quando poi, magari, assistono su tutti i telegiornali alle ultime sfilate di soubrette o Maurizi Corona vari alla corte del Pm John Woodcock.
Enzo Tortora in una delle sue lettere dal carcere, scrisse che in Italia il Santo patrono dovrebbe essere Don Abbondio. Ecco, non vorremmo che qualcuno iniziasse a pensare che dovrebbe essere Don Lurio.

Questi, ovviamente, sono solo alcuni punti, o meglio spunti di dibattito, altri, e meglio formulati, li troverete nel documento di proposta politica e programmatica che abbiamo preparato come contributo per l’avvio della Costituente.
Ovviamente senza nessuna pretesa di esaustività. Ma con un filo rosso che lega tutte queste proposte: pensare una forza politica che si ponga l’obiettivo di riavvicinare le istituzioni ai cittadini. Cercare di dar corpo ad un progetto che partendo dalla politica s’impegni, con tutti le sue possibilità, per invertire una tendenza molto pericolosa: quella della separazione sempre più netta e della crescente distanza fra cittadini ed istituzioni.
Campagne come quella avviata con il libro La Casta, evidenziano in maniera impietosa, alcuni degli aspetti più irritanti di un sistema che genera inefficienze ed iniquità. Ma non offrono alcuna risposta.
La risposta dev’essere politica e culturale.
Ed una sfida che è politica e culturale è quella che dobbiamo porci. Certamente difficile, ma è l’unica sfida per una trasformazione radicale, per una rivoluzione socialista e liberale di questo paese.

SITUAZIONE POLITICA
Certo, già da alcuni dei punti toccati prima, non possiamo nasconderci, da socialisti e liberali quali vogliamo dirci, una forte insoddisfazione nei confronti dell’operato fin qui svolto dal governo.
Un’insoddisfazione che è diffusa in buona parte dell’elettorato, inutile dire di no, e che oltretutto, condividiamo con una sempre più visibile parte dei riformisti che compongono l’attuale maggioranza.
Sono di questi giorni le notizie della distanza sempre più netta che separa proprio le forze della maggioranza sul tema della controriforma del sistema pensionistico, da farsi sulla pelle e sul futuro della mia generazione (e su questo tema rimando alla bella relazione di Angelo Giubileo svolta in occasione dell’appuntamento di Bertinoro).

Si tratta dell’emergere sempre più evidente di tensioni inevitabili all’interno di una maggioranza nata a seguito di una tornata elettorale giocatasi sul filo di qualche migliaio di voti, costruita con la necessità di aggregare di tutto e di più, per via delle perverse logiche di una legge elettorale che definire “porcata” è un complimento. Non voglio ripetermi, ma l’attuale assetto di questo “bipolarismo coatto” ci ha garantito solo maggioranze composite e contraddittorie, governi incapaci di governare e nessuna normalizzazione del quadro politico capace di dare reale forza autonoma e propositiva alle forze riformiste dei due schieramenti ancora in campo.

Anche per questo non credo coerente con quanto detto finora, l’idea di farci “giapponesi di Prodi”.
Inoltre se dovessimo realmente fare i giapponesi dovremmo nasconderci in una foresta in attesa della fine del conflitto. Mentre qua il conflitto sembra appena all’inizio e sarebbe assurdo pensare di sottrarsene.

L’operazione del Partito Democratico ha avuto una bella rispolverata d’ottimismo con la candidatura di Walter Veltroni. Il suo discorso di Torino ha toccato diversi punti sui quali non possiamo non dirci d’accordo. Ma allo stesso tempo ne ha elusi molti altri e soprattutto non ha chiarito in alcun modo la questione irrisolta del rapporto con le forze massimaliste dell’attuale maggioranza. Oltretutto, in passato, di discorsi condivisibili ne abbiamo sentiti pronunciare più d’uno da quelli che Andrea Romano ha definito i “Compagni di Scuola” di Walter Veltroni.

Oltretutto non possiamo illuderci che il suo bel discorso di Torino, cambi magicamente i connotati di fondo di un’operazione che continua ad essere la fusione di apparati di potere – i cui referenti locali, ad esempio, non cambieranno certo in seguito alle parole di Veltroni. Una fusione di apparati di potere e per la conservazione di assetti di potere. E’ il rischio che denuncia, ovviamente in termini meno netti, anche un dirigente politico come Arturo Parisi.
Lo ricordava Angelo Panebianco nel suo editoriale di martedì sul Corriere della Sera. L’unanimismo che si sta registrando intorno al nome di Veltroni, rischia semplicemente di proporre sotto altra veste il gioco di correnti e correntine, dei piccoli feudi da ritagliarsi intorno alla sua figura. Annullando anche l’ipotesi che una reale competizione politica potesse avere effetti salutari sul percorso di costruzione del Partito Democratico.

Detto questo, però, non abbiamo alcuna remora a dire che su alcuni dei punti toccati da Veltroni – da un ambientalismo responsabile ad una riduzione del carico fiscale – siamo pronti ad essere sponda convinta del Partito Democratico, specie delle sue componenti realmente liberali e riformiste.
Una sponda socialista, liberale e riformista per le battaglie di modernizzazione, dai diritti civili, alle riforme economiche, che il Partito Democratico intenderà affrontare.
MA DA UNA POSIZIONE AUTONOMA. Che andrà marcata senza arrendevolezze.

Anche per questo fatico ad appassionarmi alla presunta disputa che vedrebbe alcuni di noi divisi tra “veltroniani” e “prodiani” in merito ai rapporti con il governo ed il Partito Democratico.
Ebbene ritengo che prima di tutto si debba essere in grado di far bene il proprio lavoro. Ed oggi il nostro lavoro è – lo ripeto con le parole di Boselli: UNIRE I SOCIALISTI, FEDERARE I RIFORMISTI.

Non vorrei che si confondesse la necessaria attenzione da dare a quanto si sta muovendo nell’area di centrosinistra come pretesto per continui ripensamenti, ritardi, indugi. Abbiamo già perso non poco tempo. Ed è inutile nascondersi dietro un dito, avete capito da voi che questi appunti critici riguardano in primo luogo la dirigenza nazionale dello Sdi. Il soggetto più strutturato fra quelli che stanno dando vita alla Costituente è chiamato in questa fase a responsabilità dalle quali non può sottrarsi.
Ed è con soddisfazione che abbiamo appreso che il prossimo fine settimana, il 14 luglio, si riunirà il tavolo di regia della Costituente per lanciare ufficialmente il progetto.
Finalmente! Il tempismo è una dote preziosa in politica, per noi è addirittura vitale, non sarebbe stato accettabile attendere oltre.

Un simile ragionamento, vale anche in relazione ai rapporti con il gruppo di Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo. Un gruppo attraversato da forti contraddizioni, che si richiama al socialismo europeo, ma che per buona parte guarda a Bertinotti e alla Cosa Rossa.
Non possiamo farci carico noi di sciogliere quelle contraddizioni. Noi abbiamo un progetto da portare avanti. Muoviamoci su quello intanto. I compagni di Sinistra Democratica che vorranno eventualmente unirsi a noi saranno i benvenuti, ma intanto noi ci mettiamo a lavoro!
E prima ci metteremo a lavoro prima definiremo con maggiore profondità la nostra identità ed i nostri contenuti che però onestamente, fatte salve le battaglie sui diritti civili, non so quanto possano essere coincidenti con quelli di Fulvia Bandoli o di Fabio Mussi.

Credo invece che le nostre posizioni, se avremo la forza ed il coraggio di elaborarle e proporle al più ampio pubblico possibile, possano essere quelle su cui attirare non solo e non tanto settori di ceto politico, ma l’opinione pubblica, i cittadini, quella che con un termine che non mi piace molto viene chiamata “società civile”!

Quello che in altre parole era riuscita a fare la Rosa nel Pugno! Quel milione di voti che il soggetto nato per volontà dello Sdi e dei Radicali ha rappresentato un patrimonio grandioso! Altro che risultato deludente! La Rosa nel Pugno era riuscita a parlare ai cittadini, a tanti che, come me, erano lontani dall’impegno politico attivo e militante, ma che pure si erano riconosciuti nella ragioni di quel soggetto politico, che però non è riuscito a diventare tale fino in fondo.

E se davvero dobbiamo fare uno sforzo di verità nel rileggere quell’esperienza, essa c’insegna ad avere grande attenzioni ai modi e alle forme in cui si vuole strutturare un soggetto politico che sia veramente nuovo. La debolezza della Rosa nel Pugno non stava, infatti, nei contenuti, nei 31 punti di Fiuggi, ma in quell’accordo ristretto per la gestione del simbolo che legava solo i vertici dei due partiti, escludendo di fatto la possibilità di un’adesione diretta e spontanea di coloro che intendevano aderirvi direttamente in prima persona.
In molte zone d’Italia i designati coordinatori della Rosa nel Pugno difficilmente avrebbero preso un caffè insieme, figuriamoci costruire un soggetto politico!

Questo però non cancella i momenti migliori di quell’esperienza, che sono ancora vivi e tangibili. Ed è con grandissimo piacere che posso dirvi che in questi giorni saranno presenti qui a Chianciano anche Marco Pannella e Rita Bernardini, oltre a tanti amici e compagni Radicali con i quali i rapporti non sono mai venuti meno, neppure nei momenti più aspri.
Durante i passaggi più difficili della crisi della Rosa nel Pugno, non ci siamo sottratti ad una polemica spesso molto dura, gli uni contro gli altri. Credo che oggi sia possibile per tutti rivedere anche i propri errori e riportare i termini di un rapporto, che è nella natura stessa delle nostre ragioni politiche, fuori dalle asprezze della polemica per riprendere un dialogo che sarebbe scellerato abbandonare.
Vedete, io credo che le nostre ragioni possano e debbano essere anche ragioni Radicali. Se la formula e la struttura della Rosa nel Pugno non ha funzionato è altrettanto vero che senza quell’esperienza oggi non saremmo qui. E credo sia doveroso compiere un percorso che cercando formule più adatte ridia vita alle nostre ragioni comuni.

Ragioni che sono comuni anche a tanti amici liberali, democratici e repubblicani, ma anche socialisti che attualmente si trovano o semplicemente votano per il centrodestra.
Anche verso di loro dobbiamo saper mostrare attenzione e trovare forme di collaborazione sempre più stretta.

Unire i socialisti e federare i riformisti. E scusatemi se lo ripeto ancora!

Facendo tesoro proprio dell’esperienza, chiediamo pertanto che il 14 luglio, al tavolo di regia della Costituente, si ponga, come punto decisivo per l’avvio del progetto, la possibilità di un’adesione diretta alla Costituente, in vista del varo del nuovo soggetto politico, che sia democraticamente e liberamente partecipato.
Abbiamo avuto notizie positive in questo senso e spero che saranno al più presto formalizzate. Sarebbe un gran bel segnale di apertura, di volontà di rinnovamento, di voler evitare quello che tanti ci segnalano come timore, quello di realizzare semplicemente uno “Sdi allargato”. Già oggi, da molte parte d’Italia, una per tutte la Val D’Aosta, ci arrivano segnali di una situazione di diffidenza e disagio nei confronti di questo tipo di pericolo.
Io confido sinceramente nell’impegno e nella volontà di tutti, ed in primis di Enrico Boselli, per far sì che ciò non sia.
Sarebbe davvero un passo decisivo per evitare la politica del “tengo famiglia”, e per impegnarsi invece a costruire una NUOVA famiglia, comune, aperta, libera … e pure un po’ libertina!

Dovremo inoltre pensare a forme originali di organizzazione, privilegiare un sistema a rete, un network diffuso. Diffuso anche per via telematica. I compagni della nostra Associazione sanno bene quanto importante possa essere tale strumento.
Allo stesso modo sarebbe importante prevedere dei modi originali per eleggere i futuri rappresentanti. Attraverso il metodo delle primarie, sì, ma in modo da garantire la massima rappresentatività soprattutto di categorie sottorappresentate come giovani e donne. Si può evitare il sistema delle quote rosa o delle quote bebè, prevedendo ad esempio che un parte degli eletti possa essere decisa attraverso il voto elettronico. State certi che in un caso del genere la presenza di donne e giovani sarebbe molto più visibile di quanto non sia oggi.

Questi ovviamente sono solo spunti. Guardate, non esistono formule certe, schemi preconfezionati che possano garantire il successo dell’operazione da questo punto di vista. Noi abbiamo provato ad avanzare una proposta di “road map”, come contributo al dibattito.
Credo tuttavia che bisognerà operare con un forte pragmatismo, procedendo secondo uno schema da common law, all’inglese, in cui la risoluzione di un caso specifico possa fungere da precedente per risolvere eventuali casi simili.

La regia nazionale della Costituente, avrà in questo senso una grande responsabilità. Dovrà cercare di garantire la sostanziale correttezza del percorso di costruzione del partito e di garantire allo stesso modo tempi il più brevi possibili. Perché prima riusciremo ad avere identità, contenuti, progetti tanto più facile sarà proporli ad un pubblico più vasto.
Gli esperti di marketing parlerebbero di brand, un simbolo, e di core business, una ragione sociale forte e ben marcata.

Ebbene, se oggi siamo qui, è perché ci crediamo e perché vogliamo impegnarci. Non sarà facile, ma dobbiamo saper essere audaci, e non velleitari. E se davvero la fortuna aiuta gli audaci, beh … in bocca al lupo a tutti noi!


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Descrizione: Relazione d'apertura di Tommaso Ciuffoletti - Chianciano 7 luglio 
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Ciuffoletti segretario subito!  
 




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NiCav ha scritto: [Visualizza Messaggio]
Ciuffoletti segretario subito!  


Come dicevo ironicamente a Chianciano:

Ciffolotti leader maximo!
 




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ma smettehela bischeri!
 




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