Lo specchio infranto
Qualche mese fa ero ricorso al mito di Osiride fatto a pezzi e disperso nelle terre d’Egitto per parlare dell’impossibilità di un ritorno del Psi in Italia . Quella condizione impossibile, allora riguardante i socialisti della più diversa specie, si è estesa ormai, a distanza di pochi mesi , all’intera sinistra italiana . L’avvitarsi su sé stesso del timido tentativo di “Sinistra e Libertà” e , soprattutto , l’’infinito prolungarsi del congresso del Partito Democratico per partorire sostanzialmente l’ennesimo capitolo della saga D’Alema- Veltroni hanno sancito il fatto che il ceto politico dei diversi gruppi e partiti della sinistra italiana non è più in grado di proporre più nulla di politicamente utile .
Le parole di Khorasan Jalal – el Din Rumi , mistico sufi del XIII secolo, descrivono in maniera perfetta la situazione nella quale essi si trovano : . "La verita' era un grande specchio che cadendo si ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo. Vedendo riflessa in esso la propria immagine, credette di possedere l'intera verità”.
In un frammento di sinistra , scheggia di Psi o Pci che si voglia, coloro i quali si sono dedicati alla sopravvivenza del gruppo originario trovano fittizio e sempre meno valido conforto ed illusione di essere a capo di un grande partito transitoriamente in minoranza , ma destinato all’immancabile vittoria , solo che si trovi la formula giusta per far convergere lo sguardo di tutti gli elettori nel proprio spicchio di specchio , a dispetto del fatto che nel maneggiarlo si finisce sempre per screpolarlo e ridurlo ancora di dimensioni .
Il Psi di Nencini e lo Sdi di Boselli
La metafora vale per la più piccola delle schegge , il Psi di Nencini , che proprio nel momento nel quale è riuscito nell’impresa di far rimpiangere il suo vero predecessore, lo Sdi di Boselli , ha ripreso – per molti usurpandolo – il nome della vecchia ditta e si è lanciato in una spirale di altisonanti e pompose battaglie epocali , dalla revisione della Costituzione alla difesa dell’Unità d’Italia del tutto ignorate dal dibattito politico sia interno che esterno al Palazzo . Boselli tenne in piedi una pattuglia sempre più ridotta di parlamentari ed amministratori del disciolto Psi navigando con indubbia abilità tattica a rimorchio di Romano Prodi avendo come propria stella polare la “salvaguardia del gruppo dirigente“ , di qualche decina di parlamentari , assessori e consiglieri che, per prepararsi ad una futura rivincita, dovevano assicurarsi nelle liste e listini di norma bloccati o di nomina “regia” un posto sicuro . Lo scopo sociale primario di quella che diventò rapidamente la “cooperativa Sdi” , il “primum vivere” , finì per impedire allo stesso Boselli di occuparsi del “deinde philosophari” , del provare a dare vita ad una sinistra nuova e diversa , che ricucisse in termini politici la frattura con la propria storia e rappresentasse una seria alternativa al nuovismo senza speranza che ha mantenuto la guida della Sinistra nella Seconda Repubblica .
Eppure lo Sdi di Boselli si trovò , per virtù propria o casualità , almeno per tre volte nella condizione di poter giocare una partita politica nella quale poter svolgere un proprio ruolo autonomo e propositivo: avvenne quando lo Sdi si trovò ad essere uno dei fondatori del Partito dell’Ulivo , quando diede vita alla Rosa Nel Pugno e quando lanciò la Costituente Socialista . In tutti questi casi la sensazione che Boselli si muovesse in progetti che aveva avviato e condiviso con il freno a mano tirato divenne sempre più evidente: dopo un avvio deciso e non privo di successi , quasi inspiegabilmente non veniva data continuità all’azione intrapresa, non venivano avviate le iniziative politiche necessarie , si arrivava rapidamente perfino a diradare e rendere ardue anche le convocazioni delle riunioni e degli incontri . Senza ritornare sulla piccola cronaca , voglio solo citare come emblematica la vicenda della Costituente Socialista : proprio quando si era riusciti a mettere insieme un gruppo dirigente di un certo rilievo, con personalità politiche di grande livello che venivano sia dall’ex Psi che dagli ex Ds, in molti casi di ritorno dal centrodestra berlusconiano, con un gruppo parlamentare di sedici deputati e di tre senatori ( nel periodo , si ricordi, dove la maggioranza di governo era appesa a tale Turigliatto da Torino o alle oscillazioni del mitico senatore De Gregorio!), si assistette al totale azzeramento dell’iniziativa socialista autonoma , pure fin lì scarsina , a favore di un altrettanto totale allineamento basato sul più assoluto silenzio ad un Romano Prodi giunto chiaramente alle ultime battute della sua personale vicenda come premier e già impegnato a firmare contratti per le proprie conferenze in giro per il mondo.
Boselli fu condizionato in maniera determinante dal patto che gli permetteva di fare politica in qualsiasi direzione credesse opportuno a condizione di non minacciare minimamente i “diritti acquisiti” dei membri fondatori della “cooperativa Sdi” , che rimanevano inerti e silenziosi al momento della discussione sulle strategie politiche, ma diventavano agguerriti e determinati non appena realizzavano che le scelte effettuate , fossero sposare le tesi liberiste di Pannella o riportarsi in “casa” vecchi leader socialisti, potevano rimettere in discussione il proprio personale strapuntino. Progetti politici magari discutibili ma di indubbio respiro vennero così liquidati senza alcuna seria motivazione politica, per lo più con pretesti di tipo organizzativo.
Dalle politiche del 2008 alle europee del 2009: SeL e altri
Dopo la beffa delle ultime elezioni politiche , quando il subitaneo disinteresse per le questioni italiche da parte di Prodi lasciò Boselli in balia delle alchimie e delle vendette di Veltroni, alla scomparsa cooperativa di parlamentari si è sostituita una cooperativa di livello inferiore, composta da consiglieri regionali e provinciali che, con minore coesione interna e capacità manovriere minori, ha mantenuto lo scopo sociale di salvaguardia degli amministratori dovendosi però dibattere in difficoltà fortissime dovute all’assenza dalle aule parlamentari.
Come già successo allo Sdi di Boselli , il Psi di Nencini ha avuto la propria occasione , ancora una volta a causa di una condizione negativa legata allo sbarramento del 4% inserito dal Pd prima che da Berlusconi alla vigilia delle Europee : essendo di fatto preclusa la via dell’autonomia socialista, ebbe la fortuna e l’abilità di inventarsi “Sinistra e Libertà” che ha rappresentato una risposta percepita come nuova alla domanda di sinistra diversa dall’immobilismo conservatore di Rifondazione e dall’eterno incompiuta del Pd , lista che pur nella completa improvvisazione mise insieme un milione di voti . In tutta evidenza il voto socialista non si incanalò in maniera maggioritaria verso SeL ( stime attendibili parlano di 140 mila voti , rispetto ai 300 mila ottenuti con proprie liste alle Politiche dell’anno precedente) e la questione di un riequilibrio di immagine della lista, percepita ancora come appartenente alla sinistra radicale piuttosto che a quella liberalsocialista e libertaria , era all’ordine del giorno per tutti coloro i quali avessero voluto dare vita ad una nuova formazione politica e non solo ad una sommatoria provvisoria di debolezze.
Purtroppo la natura non fa salti ed il dna della vecchia “cooperativa” si è rapidamente manifestato ripetendo perfino le modalità di sganciamento dispiegate in passato: ritorno al linguaggio basato sul “noi e loro”, accentuazione degli elementi di divisione politica storica, rilancio di un orgoglio di partito che parla al cuore dei vecchi militanti sempre meno numerosi , dissenso sulla forma partito , accuse ai partner di slealtà . Soprattutto si rinuncia rapidamente a indicare una scelta politica valida per tutto il Partito , dando anche formalmente mano libera ai gruppi locali di regolarsi come istinto di sopravvivenza insegna : l’esempio viene proprio dalla Regione Toscana , quella del segretario del Psi , dove SeL viene dichiarata esperienza chiusa in favore del mitico “asse riformista” , vale a dire l’accordo con il Pd che prevede il mantenimento in vita di un Psi versione “Partito dei Contadini” polacco, formalmente autonomo ma del tutto privo di significato politico .
Ma la coazione a ripetere gli errori non è patrimonio esclusivo dei socialisti : i Verdi si spaccano tra chi vuole seguire una linea trasversalista stile Cohn Bendit pur disponendo al massimo di Pecoraro Scanio e chi vuole proseguire sulla via di SeL ; gli ex di Rifondazione e di Sinistra Democratica sono presi da improvvisa carenza di Partito e si convincono di non aver bisogno di discutere di politica ma di dover costituire al più presto il “vero” partito della sinistra , pazienza se poco differente dal disastro di Sinistra Arcobaleno ; nessuno , né Vendola né tantomeno Fava dimostra la stoffa del dirigente politico in grado di indicare alla propria base una direzione di marcia , ma tutti si acconciano a seguire gli umori di una “base” numericamente esigua ma molto rumorosa , anche grazie ai nuovi strumenti web ; e ai vertici della “nuova” formazione riemergono niente di meno che Occhetto , Mussi ed il vecchio Aldo Tortorella , non esattamente i più adatti a funzionare da catalizzatori di un nuovo processo politico di una sinistra moderna.
L’eterno Marco Pannella , superato il record mondiale di durata alla guida di un partito politico precedentemente detenuto da Fidel Castro , presidia con la consueta grinta l’area “liberal” con l’obiettivo primario di evitare l’emergere di qualsiasi leader in grado di dargli ombra in quello che considera il proprio orto di casa: archiviate definitivamente le velleità di chiunque all’interno del movimento dei Radicali , ha dedicato l’ultimo anno soprattutto a “disfare” Sinistra e Libertà ed a stroncare sul nascere le velleità di Vendola, l’unico personaggio politico che non ha mai nominato senza premettere il termine di “comunista”. Il vecchio Kronos della sinistra liberal ha rispolverato una simil “rosa nel pugno” tinteggiata di verde il tempo necessario per dare sponda ai Verdi versione Bonelli ed all’ennesima riproposizione di garofani di Zavettieri e Bobo Craxi per poi far dire ai ragazzi di bottega di turno che “non ci sono le condizioni per una grande battaglia etc etc “ e dare il colpo di grazia ad un progetto che non lo aveva visto , insopportabilmente, come il protagonista unico .
Il Pd di Bersani e il congresso abortito
L’infinito congresso del Partito Democratico ha messo la segreteria Bersani nella spiacevole condizione di dover affrontare le prossime elezioni regionali senza di fatto aver potuto dispiegare la strategia politica che ha fatto intuire di voler seguire, vale a dire il distacco dalla linea giustizialista di Di Pietro prima che lo stesso ed il suo partito personale possano riuscire nell’impresa di cannibalizzare l’elettorato del Pd , dopo averne influenzato fin quasi ad eterodirigerne la linea politica . Il concreto rischio di perdere il potere regionale, dopo quello nazionale e nelle grandi città, è effetto degli errori dei predecessori di Bersani ma , come consuetudine della “ditta” nella quale egli stesso si riconosce, proprio i primi responsabili della disastrosa conduzione del partito negli ultimi anni sono già seduti sulla sponda del fiume pronti ad addossare al malcapitato l’intero peso della sconfitta per scarso antiberlusconismo militante !
Bersani non ha nemmeno pescato il jolly che gli avrebbe permesso di liberarsi dell’ingombrante presenza di D’Alema: per un attimo aveva sperato in una permanenza del suo king maker a Bruxelles come “mister Pesc” invece che nel proprio collegio di Gallipoli, ma la speranza è durata poco ed il segretario si è dovuto rassegnare a dedicarsi al tentativo, rivelatosi immediatamente vano, di evitare che la riproposizione della solita sottile tattica che porta a brillanti successi intermedi ed interni prima dell’immancabile disfatta politica finale producesse questa volta la contemporanea perdita di una delle più importanti Regioni in bilico, la Puglia , e di una delle poche importanti amministrazioni di grandi città salvate dall’ultimo naufragio, quella di Bari, riuscendo a mettere l’uno contro l’altro il Presidente Vendola ed il sindaco Emiliano in nome di un accordo per di più del tutto labile ed ipotetico con l’Udc !
Il ceto politico, la tifoseria e l'eredità di Craxi
Riporre speranze nel ceto politico della sinistra testè descritto equivale a sottoporsi volontariamente ad un trattamento di accanimento terapeutico . Storie personali e di gruppo impediscono a persone cui certamente non difetta individualmente intelligenza e cultura di avviare un qualsiasi serio discorso di strategia e prospettiva politica, la non scelta è il risultato di posizioni e prospettive diverse e contrapposte che nella storia della sinistra italiana ci sono sempre state ma che da ormai quasi un ventennio non danno più vita a dibattiti politici anche aspri ma produttivi, ma solo ad un confronto tra tifoserie per di più sfiatate che al massimo possono ambire a sfoderare uno striscione da stadio più bello di un altro, ma non possono proporsi come alternativa seria ad un centrodestra che, dopo aver conquistato stabilmente la maggioranza ovunque, sta organizzando l’opposizione al suo stesso interno, come succede nei regimi privi di alternative verosimili.
Un sintomo di questa incapacità è il periodico riemergere del “caso Craxi”. Un centrodestra in gran parte formato dagli agitatori di cappi in Parlamento o di lanciatori di monetine ora convertiti alle virtù dell’immunità parlamentare può impunemente permettersi di dichiararsi erede e continuatore dell’opera di uno dei maggiori leader della sinistra italiana del Novecento perché una sinistra priva di leadership e di consapevolezza di sé non è in grado di affrontare né da un punto di vista politico né da uno culturale le questioni di un rinnovamento e di una modernizzazione che Bettino Craxi pose all’ordine del giorno, assieme ai leaders socialisti europei di una straordinaria stagione che vide contemporaneamente attivi uomini come Mitterrand, Helmuth Schmidt , Felipe Gonzales, Mario Soares . Non ci si interroga sul perché l’assenza di rilievo e proposta politica della sinistra italiana anche in campo europeo, negli anni dell’euro, di Maastricht, dell’allargamento della Ue e della nuova Costituzione coincida proprio con la crisi del Psi e la cancellazione di Craxi dalla scena politica , si preferisce avvitarsi in provinciali ed irrilevanti valutazioni sulla vicenda giudiziaria del 92-94 che , comunque la si voglia valutare, rappresenta una parte minima e non certo fondamentale della vita politica di Craxi e dei socialisti . E’ come se si volesse dare un giudizio sulla intera vicenda politica di Giovanni Giolitti esaminando solo la vicenda della Banca Romana o, se vogliamo prendere un esempio classico, giudicare l’impatto di Cesare sulla Roma repubblicana sulla base della questione del bottino di Gallia utilizzato per pagare le legioni a lui fedeli e la conseguente volontà del Senato di metterlo sotto processo, motivo per il quale passò il Rubicone in armi !
Ma nessuno a sinistra ha avuto il coraggio e l’autorevolezza necessaria per rivendicare al proprio campo per intero la figura di Craxi , intimoriti come sono tutti dalle pallottole mediatiche di Di Pietro , Travaglio e compagnia, che impediscono alla parte politica nella quale si sono insediati senza averne mai fatto parte per origine politica e culturale l’esercizio di quella che è stata sempre la forza della sinistra stessa: il libero dispiegarsi di un dibattito su idee e modelli al proprio interno prima ancora di proporli all’intero Paese . Io penso che abbia ragione Claudio Martelli quando afferma che è difficile, per non dire impossibile, che la Sinistra italiana rinasca e si unisca intorno alla figura ed alla politica di Craxi , perché le battaglie e le divisioni sono state troppe e troppo profonde per pensare di poter dirimere per di più a posteriori questioni di tale portata e l’esercizio non sarebbe particolarmente produttivo per l’oggi . Ma fino a che a sinistra prevarrà l’incapacità stessa di affrontare il tema , ancora una volta facendo prevalere le tifoserie più o meno rumorose ed attempate , sarà certificata anche l’incapacità di esistere di una Sinistra italiana forte ed autorevole , in grado di fare i conti con sé stessa prima che con gli avversari politici.
La crisi della sinistra
La crisi della sinistra è giunta ormai ad un livello tale da non permettere più di distinguere tra le diverse crisi interne, quella dei socialisti, dei postcomunisti , dei liberal . Quando la crisi raggiunge questo stato e queste dimensioni la ricerca di una soluzione non può essere possibile se non tornando ai fondamentali della politica per ricostruire una proposta, un movimento che la sostenga, una struttura che sia in grado di rappresentarla e gestirla.
Significa ritornare a studiare, approfondire e confrontarsi con l’intento di giungere a proposte nuove e non a far prevalere tesi di cui ormai non si ricordano nemmeno più i sottotitoli e che non hanno più valore dei numeri giocati ogni settimana al Superenalotto; significa tornare a confrontarsi con la gente sulle cose, evidenziando come esista una soluzione diversa , meno affascinante rispetto alle illusioni vendute dal Cavaliere, più difficile e di minor soddisfazione finale , ma realistica e possibile in tempi compatibili con la vita biologica di ciascuno ; significa tornare ad essere presenti in carne ed ossa nelle città e nei luoghi di lavoro e con il cervello e la logica nel grande luogo di aggregazione e confronto che è il mondo web ; significa fornire informazioni nascoste o dimenticate dal sistema stampa e tv , sostituendo all’antico ciclostile o giornale murale tanto “youtube” quanto il colloquio con la propria vicina di casa.
L’attesa del miracolo della nascita di un partito o di un leader demiurgo della sinistra italiana intera è durata abbastanza : forse, anzi sicuramente i nuovi leader della Sinistra stanno giocando a pallone in qualche campo di calcetto o passano ore davanti al computer o danno il loro tempo a qualche iniziativa di volontariato , ma l’attesa della loro venuta non può più essere caratterizzata dall’inerzia intellettuale e politica. Occorre misurarsi con le situazioni e le sfide che la politica con i suoi tempi presenta laddove li presenta , prima di tutto attraverso la forma della competizione elettorale.
I cambiamenti intervenuti nelle abitudini elettorali aiutano in questo senso : la sostanziale venuta meno del voto di appartenenza , in particolare per la sinistra, comporta una grande crescita del valore di elementi di campagna elettorale quali il programma e la proposta di governo per la specifica istituzione oggetto della consultazione ; la qualità personale delle candidature ; la coesione interna politica percepita delle singole coalizioni a confronto; la disponibilità e la conoscenza delle informazioni relative al sistema sul quale si sta andando a votare.
Il partito conservatore di massa
Non è certo un caso che il centrodestra punti ancora le sue carte sulla politicizzazione estrema delle campagne elettorali , intestandole sempre e comunque a Berlusconi , avendo una classe dirigente locale composta da professionisti a contratto con scarsa reale coesione politica : la cultura comune di un democristiano “sociale” come Formigoni , un imprenditore edile in pensione come Podestà ed una ricca signora che non ama uscire dalla zona Centro come la Moratti è praticamente inesistente ed il ritrovarsi ad occupare le più importanti cariche istituzionali nella più importante parte del Paese è dovuto esclusivamente al loro rapporto individuale con Berlusconi e non certo alla condivisione di un progetto comune diverso dai tanti progetti edilizi sui quali periodicamente si scontrano per poi trovare un accordo nel salotto di Arcore. Fa ovviamente eccezione la Lega, che non a caso è antropologicamente diversa dal Pdl e si considera esclusivamente alleata di Berlusconi in persona e mantiene la propria coesione interna ed il rapporto con il proprio elettorato su pochi temi chiari al limite della rozzezza ed impegna i propri amministratori ad una presenza sul territorio molto tradizionale, fatta di disponibilità verso il “popolo” e fedeltà primaria verso il partito.
Rinascere in Lombardia?
La possibilità di rinascita della sinistra italiana sta proprio nella sua capacità di proporre in ogni singola occasione un proprio modello alternativo per ogni singola situazione , basato su una puntuale denuncia delle specifiche debolezze della gestione del centrodestra e non su una sua generica demonizzazione e sull’altrettanto puntuale esposizione delle alternative proposte , dando chiaramente il senso della presenza di una organica squadra , di un gruppo dirigente locale di coalizione che si candida a governare o ad essere il “cane da guardia” della maggioranza in caso di sconfitta elettorale. Abbandonare i modelli imitativi , con la proposizione di leader “soli al comando” che spariscono dopo aver subito la sconfitta elettorale , è una condizione indispensabile per pensare ad una nuova sinistra che voglia essere di governo : le prove che di fronte a due proposte simili l’elettore scelga sempre l’originale ormai sono molteplici.
Proprio dalla Lombardia , dove la Sinistra ha incassato le più devastanti sconfitte ed è considerata “antropologicamente estranea” all’ambiente si era intravisto qualche segno positivo . Il candidato alle Regionali è il maggior esponente politico lombardo disponibile sulla piazza, che , reduce da una sconfitta alle Provinciali dopo una campagna di tipo solipsistico, ha accettato di rimettersi in gioco in una campagna elettorale dall’esito negativo fortemente probabile con lo spirito di ricostruire una coalizione articolata e non forzatamente imbottigliata in un impossibile “partito unico”, sulla base di un programma di impronta chiaramente “riformista” che non si propone impossibili “azzeramenti” delle riforme introdotte dal centrodestra , a partire da quella sanitaria, ma prevede decisi interventi per eliminare storture vecchie e nuove, quali l’introduzione di strutture fortemente centralizzate ed ideologizzate che fanno riferimento diretto a Formigoni ed a Comunione e Liberazione prima che all’istituzione pubblica . La coalizione di centrosinistra che sosterrà Penati sembrava non dover assumere le caratteristiche da carovana di debosciati in lite fra loro che si è vista in passato , basandosi su sole tre liste ( Sinistra e Libertà e Idv , oltre a quella del Pd) , destinate a “coprire” le aree che vanno dal confine con la sinistra radicale ( esclusa seccamente dalla coalizione) a quella laico socialista a quella di sinistra più tradizionale, riproponendo, attualizzato , lo schema delle giunte a guida socialista di Milano degli anni ’80 , cui viene fatto uno specifico riferimento di continuità politica.
La lista di “Sinistra e Libertà” lombarda aveva resistito alla crisi nazionale perché seppure in misura ancora insufficiente aveva elaborato una posizione comune in difesa della libertà civili e personali particolarmente in sofferenza nella Milano proibizionista e nella Lombardia conformista del centrodestra , posizione della quale , non a caso, è fortemente innervato il programma di tutta la coalizione : le prove di una “sinistra nuova” , inevitabilmente, partono proprio dal livello locale.
In contesti diversi, si stavano sviluppando condizioni favorevoli : una campagna elettorale condotta senza il veleno della concorrenza interna e della lotta intestina , con obiettivi limitati ma chiari sviluppa un senso di solidarietà ed una capacità di mobilitazione che possono fornire la base per la rinascita di un grande movimento nazionale. Per ottenere questo risultato occorreva però rinunciare a palingenesi effimere e ravvicinate , a coltivare illusioni di scorciatoie populiste e prive del necessario lavoro politico di preparazione.
La vittoria di Vendola e la debacle di D’Alema alle primarie di Puglia, che pure potevano essere una importante base di partenza per la agognata “sinistra nuova” si è tradotta nella personalizzazione di “Sinistra e libertà” con la parodia delle scelte di altri di inserire il nome del leader pugliese nei simboli elettorali di tutta Italia e comunque nel colpo di grazia a questa esperienza , con la rottura con i socialisti ed i verdi in tutta Italia e quindi anche in Lombardia . Nello stesso tempo il “tridente” partitico di Penati si è trasformato nel solito circo Barnum di cinque o sei liste inventate e lo stesso candidato ha tirato fuori dal cassetto gli spartiti della recente perdente campagna elettorale delle provinciali di Milano , copiature in bella scrittura delle parole d’ordine messe in campo dal centrodestra : storia finita prima di cominciare , tanto per cambiare.
Sono però più che convinto che le differenti realtà regionali e locali oggi soffocate dai disegni “nazionali” ormai privi di qualsiasi senso logico e che riproducono attraverso una retorica “basista” sempre in agguato l’involuzione drammatica già giunta al suo ultimo stadio di quella parte politica, sono i soli che potranno dar vita a movimenti e formazioni politiche locali della Sinistra che possano trovare , come movimento di eletti , iscritti ed elettori , un terreno di confronto comune per una costruzione realmente dal basso di una solida alternativa di governo per l’Italia e possano essere la base per una non meno importante e decisiva ripresa dell’azione politica internazionalista e federalista europea , potendo così cercare di contribuire ad evitare che il contagio involutivo dei partiti nazionali della sinistra passi anche al Pse trasformandolo in un gigante dai piedi di argilla.
Un nuovo inizio della Sinistra italiana non potrebbe d’altra parte avere una gestazione differente dalla nascita del Partito dei Lavoratori Italiani ( diventato solo in un secondo momento Partito Socialista ) che nell’agosto 1892 vide la luce in un cinema di Genova dopo una tumultuosa assemblea di Leghe ed associazioni socialiste, anarchiche e radicali accomunate inizialmente solo dalla fede nella lotta alle diseguaglianze sociali e dall’opposizione ai governi reazionari e violentemente antipopolari. Come per millenni il popolo di Israele si salutava con l’augurio e la speranza di festeggiare “l’anno prossimo a Gerusalemme” il popolo della Sinistra socialista, liberale e libertaria potrebbe cominciare a salutarsi con un beneaugurate “l’anno prossimo a Genova”: tenendo sempre bene a mente che marzo, data dalle prossime elezioni regionali , viene prima di settembre di qualsiasi anno e che l’eterno gioco dell’oca della sinistra con il ritorno alla casella zero allontanerà ancora una volta la speranza.
Franco D’Alfonso













































