Il calcio mi ha sempre interessato, anche se non sono mai stato in grado di giocarlo discretamente. Non mi ha mai appassionato tanto come giuoco in sé – trovo molto più avvincente il rugby-, quanto piuttosto perché è seguito, amato, sofferto, partecipato da milioni di persone. E poiché il calcio è così seguito, amato, sofferto, partecipato alla fine risulta come uno specchio che aiuta ad osservare, analizzare e capire meglio – semplicisticamente, certo- un popolo. Con le sue evoluzioni sociali e politiche. Quindi posso dire di essere interessato al calcio più ad un livello strettamente psicologico, piuttosto che per passione.

Più che altro, devo confessarlo, mi sono sempre divertito ad osservare quel fenomeno fondamentalmente irrazionale che è il tifo. Il trionfo della faziosità, la morte dell’obiettività.

Il calcio, il tifo sono la rappresentazione ideale del bipolarismo, di un bipolarismo che è portato alle estreme conseguenze fino a diventare quasi scontro: un po’ quello che sta succedendo nel nostro scenario politico.

Il calcio, almeno in Italia, può aiutare a spiegarsi alcuni fenomeni in modo migliore che non la lettura di alti trattati sociologici, perché è l’espressione di quanto più recondito ci sia nella mentalità della nostra nazione. Una nazione ormai nel pallone.

Per questo amo il calcio, perché mi aiuta a ragionare sulla mentalità della massa. E i mondiali sono certamente l’apogeo per questo tipo di attività.

Detto ciò, la sconfitta della nazionale italiana. Che era prevedibile ed annunciata e che però ha lasciato sgomenti milioni di persone, che ora scaricano la loro rabbia sul solito capro espiatorio: il povero Marcello Lippi, che pure quattro anni fa esaltavano come un eroe al pari di Muzio Scevola o del vituperato Garibaldi. (Pur difendendo Lippi, non sto certo sostenendo che sia un valido allenatore e che le sue scelte siano state tutte azzeccate. Penso l’esatto contrario).

Le ragioni di una figuraccia – è proprio il caso di dirlo – mondiale sono da ascrivere più che altro al nostro sistema-calcio. Anzi, perdonatemi se cado nella tipica faziosità del milanista (anche io ho la mia squadra prediletta a cui perdono tutto…), al sistema-Inter.

Da alcuni anni a questa parte, i grandi club nazionali hanno adottato una strategia a breve termine, che però si rivelerà fallimentare sul lungo periodo: si investono enormi quantità di denaro per acquistare e mantenere grandi campioni di nazioni lontane, trascurando così la formazione di nuove leve a livello locale (in questo, l’Inter è emblematica). Non si punta più sui vivai, non si pensa più al futuro. C’è solamente più l’Udinese che pone in essere una strategia mirata alla formazione di campioni italiani: e non a caso nella nostra nazionale c’era una forte presenza di giocatori di questa squadra, che pure non ha avuto una stagione brillantissima.

Il calcio italiano rischia di diventare un cimitero di elefanti (Beckham il primo…). E non c’è da stupirsi se l’Italia, ma anche la Francia stanno abdicando al loro ruolo di potenze calcistiche. Il “tutto e subito” è una strategia che non paga.

Allo stesso modo, uno Stato che non investe sulla formazione e sulla ricerca, sulle giovani generazioni è destinato al fallimento. E ancora una volta il calcio è metafora della vita reale…

Viva l’Italia (non la nazionale…),

Gianluca Olivero

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