turci_l

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 Re: RIFORMA DELLO STATO  ER CHE COSA?
il mio intervento a mantova.
Trovo molto difficile discutere di Terza Repubblica e di riforme costituzionali senza un inquadramento che ne espliciti le ragioni politiche e i criteri ispiratori.D’alfonso non aveva questo compito e giustamente non ha pensato di poterlo assolvere all’ultimo minuto.Peraltro non mi pare fondante il tema della modernizzazione delle istituzione repubblicane o il richiamo alla “grande riforma”di Craxi ,della quale mi resta traccia nella memoria di un uso soprattutto evocativo e propagandistico. Le note di Formica fatteci arrivare da d’Alfonso non possono colmare la sua assenza e il ragionamento politico che egli qui avrebbe sviluppato. Ma per quanto l’ho seguito in questi mesi, devo dire che non lo trovo convincente. Viviamo una drammatica crisi del nostro paese:economica,sociale e politica . Ma non credo che la soluzione possa essere trovata nell’assemblea costituente,in una correzione presidenzialistica della Repubblica o peggio nella riscrittura dei suoi principi fondamentali, i quali hanno invece dimostrato una tenuta e una capacità di risposta evolutiva davvero ammirevoli di fronte ai problemi nuovi emersi in questi anni . Basti pensare per tutti alle tematiche di tipo bioetico o al recente caso Englaro. Abbiamo bisogno di trovare con l’Europa una via d’uscita dalla crisi economica,di trovare nuove vie di sviluppo riproponendo al centro lo stato del lavoro, della giustizia sociale e dell’ambiente. Abbiamo bisogno di affrontare problemi antichi e più recenti,quali il mezzogiorno,la criminalità organizzata,l’efficienza della pubblica amministrazione e della giustizia,il conflitto di interessi e la libertà di informazione. Abbiamo bisogno di rivedere le leggi elettorali in un sistema che resterà verosimilmente bipolare, come tutti i sistemi europei,ma non necessariamente imperniato su sbarramenti , premi di maggioranza e parlamentari nominati dai capi dei partiti. Tutte queste cose hanno però ben poco a che vedere con la Costituzione .Non abbiamo di fronte a noi un paese bloccato nei suoi meccanismi istituzionali e decisionali e non mi pare fondata la tesi che, essendo questa una Costituzione nata nel clima del CLN e nell’Italia dei grandi partiti di massa ,sarebbe compatibile solo con governi di grande coalizione e comunque non si reggerebbe più per la venuta meno di quei partiti. Gli anni della cosiddetta seconda repubblica stanno a dimostrare che, pur fra molte traversie( dovute più alle caratteristiche dei soggetti politici e al modo della crisi della prima repubblica che ai meccanismi costituzionali) si è potuta sviluppare una serrata alternanza fra governi e maggioranze diverse. Quanto poi alla cosiddetta <guerra civile>trovo molto difficile,pur avendoci messo molto impegno e avendoci scommesso più volte,gestire il confronto politico…etsi Berlusconi non daretur.Tornando dunque alla Costituzione,credo che occorrano modifiche mirate, suggerite dall’esperienza di questi anni, senza bisogno di stravolgere gli assetti della repubblica parlamentare. Fra queste modifiche ricordo il potenziamento della figura del presidente del consiglio nell’ambito del governo,o il potere del governo nel fissare l’agenda parlamentare,o il superamento del bicameralismo perfetto con la trasformazione del senato in camera delle regioni ,resa più necessaria dall’avvio del federalismo fiscale,o ancora la ripulitura dell’art.117 dalle sovrapposizioni di competenze fra stato centrale e regioni. Occorre inoltre una riforma della giustizia non condizionata dai problemi di Berlusconi, ma ispirata all’esigenza di garantire un servizio degno di questo nome ai nostri concittadini. E forse per la parte relativa alla separazione delle carriere e alla riforma del CSM sarà necessario ritoccare gli articoli della Costituzione. Tutte queste cose possono stare in un progetto di modifiche parziali, di riformismo costituzionale quale quello delineato in un saggio di A.Barbera di qualche mese fa su Le ragioni del socialismo e in parte nello stesso pacchetto Violante. Non credo invece alle virtù taumaturgiche e rivoluzionarie di assemblee costituenti che dovrebbero aprire nuove fasi storiche e terze repubbliche, spesso immaginate in area socialista con un vago sentimento di rivalsa nei confronti dell’esito traumatico di tangentopoli. Quando poi la proposta è avanzata da un piccolo partito marginale come il PSI la cosa appare ancor più velleitaria e non credibile.
Ma visto che la storia può poco soccorrere i propositi di rivoluzionamento costituzionale,tanto più necessario sarebbe discutere i principi in nome dei quali si vuole giustificare tale rivoluzione.Qui mi soccorre ,sia pure per differenza, quanto appena detto da Cominelli e da Bertolini.Ho apprezzato lo spessore storico e culturale della relazione di Cominelli,ma le sue conclusioni, non a caso coincidenti con le tesi di Bertolini, non mi convincono affatto. Di fronte alla pretesa fine della battaglia per l’uguaglianza sepolta sotto le macerie del muro di Berlino e alla proposta di una sinistra dedita tout court alla libertà della persona,che Bertolini sostanzialmente traduce nella libertà economica (e non a caso egli si dice più interessato alla alternativa conservazione/ innovazione che a quella destra/sinistra) mi verrebbe voglia di chiedere a tutti noi di tornare al Marx de La questione ebraica e della contraddizione citoyen/bourgeois.(A proposito , nell’ipotizzato accordo individuale per il ricorso all’arbitrato nelle controversie di lavoro siamo secondo voi a un rapporto alla pari fra citoyen o a un rapporto squilibrato fra bourgeois?)Ma lasciando a parte Marx e compiendo un triplice salto mortale, potrei perfino accontentarmi di rinviare al recente libro di Salvati:Capitalismo,mercato e democrazia ,dove un qualche moderato correttivo al mercato , per renderlo compatibile con la democrazia, è pure previsto.La critica di Cominelli e Bertolini si focalizza non a caso sui principi fondamentali e sulla prima parte della Costituzione ,secondo il noto schema di una Costituzione che ,essendo il frutto di forze social comuniste e cattoliche e affermando il suo fondamento sul lavoro,non potrebbe che essere statalista e nemica del mercato .Ora vorrei ricordare che il nostro convegno ha come titolo”Verso la terza repubblica.IPOTESI DI SINISTRA”.Capisco che la confusione sotto il cielo è grande. Ma vi domando:possiamo da sinistra,da un punto di vista socialista ,accettare l’assunto secondo cui l’unico parametro valido è l’innovazione e l’apertura illimitata verso il mercato,mettendo il lavoro in un angolo? Riconosco che è un modo di ragionare che nel passato mi ha in qualche modo coinvolto. Anch’io sono stato molto sensibile al profumo di novità e di successo della terza via. Ma ,come dico scherzosamente da un po’ di tempo ,comincio ad avere delle idee che mi inquietano e mi rendono sempre più inquieto verso la ripetizione stantia dei mantra liberal-liberisti che vanno ancora per la maggiore nella sinistra italiana. Sembra che per molti la crisi internazionale che stiamo attraversando sia un banale incidente di percorso dentro le magnifiche sorti e progressive del capitalismo mondiale,un incidente che non mette in discussione le olimpiche ricette delle aspettative razionali e gli immancabili equilibri del mercato. Sembra che preoccuparsi del lavoro,anche di fronte alla disoccupazione,agli squilibri sociali drammaticamente crescenti negli stessi paesi capitalistici più avanzati,di fronte al lavoro <traumatizzato>di cui parla Bernanke, sia una scelta demodé,da antiquariato della politica. Siamo vissuti per vent’anni sotto i dettami di una <innovazione> la cui origini culturali più profonde ,che ne fossimo o meno consapevoli, stavano nella rivoluzione conservatrice della Tatcher e di Reagan ,la cui validità sembrava convalidata dai successi senza fine di una globalizzazione di cui non abbiamo visto l’intrinseca debolezza ,portata infine alla luce dalle bolle speculative.Dalla crisi mondiale del ‘29 è uscita la rivoluzione keynesiana. Credo che anche questa crisi porterà alla luce nuovi paradigmi di lettura dell’attuale capitalismo e nuove idee di governo dello sviluppo a tutti i livelli. Un’ipotesi vincente ancora non c’è,ma bisogna allungare le antenne e approfondire gli studi,oltre che tornare a immergersi nella concreta realtà sociale. Quello che non possiamo fare è di continuare a trastullarci con le virtù miracolose del mercato e con la formuletta del meno stato. Perchè poi dovremmo sostituire i buoni principi della nostra Costituzione con la narrazione ormai estenuata della signora Tatcher(quella che diceva di non sapere cosa sia la società) proprio nel momento in cui quel ciclo politico e culturale sta giungendo al tramonto?Vi immaginate l’assemblea costituente in cui si alza a parlare l’on.Tremonti contro i miti mercatisti della sinistra?
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